Alba

Oggi, dopo mesi di totale assenza ho preso coraggio e ho deciso di iniziare a scrivere questa breve storia a cui penso ormai da tempo. Ogni domenica aggiungerò un capitolo. Ognuno può dare il proprio contributo al racconto attraverso un commento sotto questo capitolo.

#1 Alba

Era l’alba e Astrid sedeva sul parapetto che si snodava lungo la linea della spiaggia adorna di scogli, come delle gemme incastonate in una corona d’oro. Il sole timidamente sorgeva alle sue spalle infuocando il mare, che riluceva di carmino, rosa, arancio e giallo. Un incendio che si propagava dal cielo al mare, che ne abbatteva il confine che spavaldo si mostrava in tutto il suo ardore in tutta la sua potenza schiacciando anche il più grande uomo della terra e riducendolo ad un incredulo silenzio. Il vento accarezzava i capelli cremisi di Astrid rendendola parte di quello spettacolo, come se una fiammella di acqua e sale fosse scappata per avvolgere quel viso smunto e lottare contro quegli occhi del colore delle nuvole plumbee. Lei si stringeva nel suo cappotto di lana blu apparendo come una tavolozza di un pittore, una macchia di colore puro così diverso, stonato con il mondo, ma in armonia perfetta con la natura. Ed in fondo così si sentiva Astrid, come un uccello costretto a terra, in una gabbia di mattoni, acciaio e mare che non le permettevano di aprire le ali. L’unico momento in cui sentiva di appartenere a questo mondo era lì guardando l’alba, dove anche la potenza del mare si ammansuetiva per unirsi in una danza infinita con il cielo al quale si era unito per l’intera notte, come l’ultimo saluto di due amanti. Astrid rimase lì immobile a fissare lo spettacolo per un tempo che, agli occhi di un mondo che ha perso la propria sensibilità, appariva eterno, ma che per gli occhi di chi come lei si inebriava di bellezza, sembrava un istante, ogni volta troppo breve e fugace, che costringeva il cuore a cercare continuamente una visione eterea di cui poter godere sempre. Delicatamente quei colori perdevano la propria luce, spegnendosi sempre più dilavati dall’azzurro pieno a cui lasciavano il posto, e così con la stessa dolcezza la vita che sembrava cristallizzata riprendeva: i colori diventavano più vividi, i suoni più intensi, i profumi dei forni, del caffè, della vita invadevano l’aria che cominciava a riscaldarsi sotto un timido sole. Astrid, dopo un ultimo lieve sguardo a quel mare ormai di un azzurro pieno, cominciava la sua vita ordinaria. Camminava piano, sentendo ogni cosa che la circondava, risvegliando i sensi sopiti. Non era bella, o almeno non apparteneva agli stereotipi irragiungibili di bellezza che ogni giorno, televisione, social network, pubblicità ci propinano, era di un fascino antico, di quelli che si sono persi nel tempo, sostituiti da corpi statuari e simmetrie tanto perfette da apparire innaturali. Aveva un viso smunto, reso ancor più triste dalla carnagione candida, stonata con quella massa di lungi capelli rossi, in cui rilucevano due perle grigie profonde come in più oscuro abisso, ma limpide e inusuali da renderla ancor più speciale. Le labbra appena definite erano rosate, come una tocco leggero di acquerello, stette in un cuore perfetto. Appariva come una geisha, bellissima in un insieme così imperfetto che era perfezione solo agli occhi che sapevano guardarla. Era abbastanza alta e slanciata. Sarebbe passata inosservata se non fosse stato per quei capelli che tanto odiava. In quella mattina appena ventilata appariva ancor più come una fiammella che il respiro del vento gestiva secondo i suoi capricci. Raggiunse la piazza dove salì in metropolitana per recarsi a casa. Durante il tragitto, che passava sempre in piedi, appoggiata alla parete della metro, aprì delicatamente lo zainetto per cercare la sua agenda e la penna, doveva, come ogni mattina, scrivere dell’alba, raccontare in versi o in righe quello che provava, quello che vedeva. Nessuno sapeva di questo sua sfaccettatura perché anche le persone a lei più vicine non erano mai andate oltre la superficie, senza notare la potenza che si nascondeva dietro quell’alone di solitudine che Astrid si trascinava come un mantello. Nello spazio di quelle pagine c’era lei, l’anima ingenua di chi sa ancora sognare racchiusa in un’elegante calligrafia. Arrivata a destinazione scese dalla metropolitana e attraversò quell’intricato labirinto fino all’uscita. Saliva stancamente le scale e pian pian veniva investita dalla luce del giorno ormai chiara e intensa, che per un attimo le rubò la vista, come se quegli occhi plumbei dovessero essere purificati da quel grigiore così innaturale. Quando riuscì a guardarsi intorno avvertì il rumore sempre più intenso della città che si svegliava e iniziava la sua vita: i bambini che correvano verso la scuola, donne e uomini vestiti di successo camminavano a passo svelto verso i luoghi di lavoro e lei che, invece, camminava piano, delicatamente, come un’ombra incorporea. Imboccò quegli stretti vicoli che aveva imparato a riconoscere trasferendosi in città per frequentare la Facoltà di Architettura. In quella intricata trama arrivò di fronte ad un grosso portone ottocentesco, imponente, per dimostrare la ricchezza di chi prima di lei aveva abitato quella dimora e aprendo delicatamente la portoncina che dava sulla corte interna si trovò di fronte a quello spettacolo a cui non riusciva ancora ad abituarsi: il lastricato della corte descriveva un perfetto disegno geometrico dato dall’alternanza di laterizi, marmi e piperno, che convergevano nel mezzo in un maestoso albero di fico, tutto intorno alla corte lungo il ballatoio interno si muovevano i rami di un suntuosa buganvillea che facevano apparire il cortile come un piccolo giardino segreto in cui Astrid si sentiva come la protagonista di storie di altri tempi, di luoghi fantastici, come i personaggi che abitavano i suoi libri. Li rinchiusa in quelle alte mura poteva sentirsi parte di qualcosa che non le era ancora chiaro e come l’alba, quel lembo di terra diventò pian piano il posto in cui abitava la sua anima infinita.

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