Le Città Invisibili

Un libro iniziato come lettura di formazione che si è rivelato una bellisima sorpresa.

Le Città Invisibili” è un’opera di Italo Calvino nella quale si sente forte l’influsso della semiotica e dello strutturalismo. Il testo finemante sfaccettato, può avere diverse chiavi di lettura: si possono seguire, ad esempio, i nove capitoli o le undici categorie in cui sono divise le cinquantacinque città descritte. Questo piccolo artificio permette al lettore di instaurare un gioco intellettuale e crudele con l’autore, cogliendo e disfacendo le prospettive e gli spigoli distorti che il labirinto di queste città costruisce. Il fine ultimo e sacro del lettore è quello di trovare il logos che regola queste città che l’autore, demiurgo, propone con la volontà di far riflettere colui che ha di fronte sugli aspetti della realtà che ci circonda. Tutto si svolge come un dialogo senza tempo, ne spazio tra Marco Polo e Tartari Kublai Khan che interroga l’avventuriero sulle città del suo impero al fine di coglierne ogni aspetto con la mera speranza di conoscere in questo modo tutti i suoi possedimenti. Marco Polo lo incanta con descrizioni di città invisibili che secondo un gioco abilissimo e perverso non fanno altro che immergerlo in quelle sfaccettature nascoste che unite descrivono l’inferno della realtà che ci circonda. I toni variano dalla fiaba all’indagine filosofica. La lettura è scorrevole seppur le conclusioni circa le descrizioni delle 55 città vengono lasciate all’intuito di chi legge. Come un Rebus da risolvere, questo libro assume un forte impatto mentale che rapisce e incuriosisce, portando a riflettere sui dettagli di cui spesso non ci curiamo.

Voto e commento: ★★★★★

Questa lettura nasconde nell’infinita semplicità dei termini usati una potenza intellettuale fortissima, un aspetto che mi ha colpito in modo notevole. Credo che questa scelta linguistica faccia dell’opera un potente mezzo di conoscenza e di intensa osservazione: un’analisi saggia e matura della realtà e delle regole universali che la governano. La saggezza di Marco Polo e delle sue incatevoli e chimere città sono l’arma vincente di questo testo scritto da un Calvino adulto e lontano dalle atomosfere del Barone Rampante. La conclusione ultima e definitiva del testo porta in modo crudele avanti all’occhio del lettore quanto questo caos disordinato non è altro che l’inferno distopico che abbiamo generato noi stessi e che non possiamo accettare passivamente: per salvarci bisogna cogliere quello che si nasconde dietro questo vortice sconnesso, quella bellezza immutata a cui aggrapparci e che dobbiamo difendere e diffondere.

Che ne dite?

Vi abbraccio.

 

 

 

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